🎶 Usa l'AI Senza Perdere la Tua Voce - #114
Quando ti aiuta. Quando ti svuota.
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Martedì apro Substack.
Trovo un commento al mio ultimo post.
Prima frase:
Buongiorno Fabrizio, il tuo post è apparso nella mia home e mi è subito saltato all’occhio come un contenuto generato da una IA a cui è stato dato un prompt ben specifico.
Questa, in 13 anni di critiche, mi mancava.
Mi ha dato fastidio.
Un po’ perché il post l’ho scritto io.
Un po’ perché ho imparato una cosa, in questi anni. Appena hai un minimo di visibilità, arrivano le critiche. A volte utili. A volte scritte di fretta. A volte feroci.
Fa parte del gioco.
Resta però un punto. Online molti sono più rapidi a criticare che a sostenere.
Quella critica tocca un nervo scoperto.
Oggi un testo ordinato, chiaro, rischia di sembrare artificiale.
Puoi scrivere ogni giorno da anni. Puoi aver consumato la tastiera davanti a uno schermo. Puoi avere una tua voce, un tuo vissuto, un tuo punto di vista.
Ma appena il testo fila troppo bene, qualcuno pensa:
Questo l’ha scritto l’AI.
Lo vedo anche nel mio campo.
Ogni giorno nascono siti e profili costruiti con l’AI per occupare nicchie presidiate da persone vere. Persone che per anni hanno scritto, studiato, cercato fonti, costruito fiducia.
Ora qualcuno apre ChatGPT, pubblica 50 articoli in una settimana e si prende l’attenzione che altri hanno costruito in anni.
L’AI sta mangiando una parte enorme del lavoro fatto da chi ha creduto nell’informazione e nella formazione indipendente online, fuori dai soliti circuiti.
Prima o poi torneremo ad apprezzare di più le persone in carne e ossa. La voce, l’esperienza, il vissuto, la responsabilità di chi firma quello che scrive.
Oggi siamo nel mezzo della rivoluzione.
Poi però il lettore aggiunge una cosa interessante:
Ritengo sia ottima per dare ordine ai propri pensieri a mo’ di assistente. Almeno per la musica, però, possiamo lasciarla stare?
Su questo, in parte, sono d’accordo.
Se l’AI diventa il centro del processo creativo, rischiamo di produrre musica corretta, efficiente, liscia.
E morta.
Ma c’è una differenza tra usare l’AI per scrivere una canzone al posto tuo e usarla per non perdere due ore su una bio.
C’è una differenza tra non saper suonare uno strumento e usare l’AI per sistemare la cartella stampa, raccontare il tuo percorso, preparare una mail a un locale, costruire un calendario promozionale.
Il problema non è usare l’AI.
Il problema è usarla per evitare una fatica che invece devi attraversare.
Alcune fatiche sono inutili. Scrivere per la decima volta una bio. Riordinare un comunicato. Preparare una mail di booking. Sistemare un testo confuso. Costruire un calendario promozionale.
Quelle puoi alleggerirle.
Le major lo fanno da sempre. Hanno team che si occupano solo di questo: uffici stampa, social media manager, booking agent. Persone pagate per fare quello che tu fai da solo.
E adesso anche loro usano l’AI. Symphony, un:hurd, MatchTune: strumenti per automatizzare promozione, advertising e gestione dei diritti.
Tu non hai un team. L’AI è il modo in cui te lo crei.
Altre fatiche sono necessarie. Capire cosa vuoi dire. Scegliere una parola invece di un’altra. Buttare via una frase che non ti suona. Trovare il tuo modo di raccontare una ferita, un desiderio, un’ossessione.
Quelle non devi delegarle.
L’AI va usata per togliere attrito al lavoro che sta intorno alla tua musica.
Non per svuotare la tua musica.
Fabrizio
P.S. Oggi è il Primo Maggio. L’anno scorso ho intervistato Massimo Bonelli, direttore artistico del concerto. → #86
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#93 - Come Batterai le Band AI


